Massime

apr 4, 2012 by

Valter Gentili Commenti alle massime che condensano il pensiero della Psicologia Analogica.

Queste paiono andare contro il buon senso logico, ma è importante rilevare che la LOGICA si fonda soprattutto sulle ASPETTATIVE, mentre la REALTÀ è completamente gestita dall’INCONSCIO.

I processi espressivi dell’inconscio sono sempre in conflitto con quelli logici proprio per questa dicotomia:

 

LOGICA = ASPETTATIVE (immagine ideale)

INCONSCIO = REALTÀ (immagine reale)

 

NON CADE FOGLIA CHE L’INCONSCIO NON VOGLIA

Tutto è gestito dall’inconscio!

LA PARTE LOGICA AFFERMA CIÒ CHE L’INCONSCIO NEGA

Questo è un principio fondamentale. Ciò si verifica quando, come avviene nella maggior parte dei casi, esiste contrasto tra inconscio e raziocinio. Se la nostra logica ci fa fare un’affermazione spontanea, spesso questa va contro l’inconscio, che sostiene l’esatto opposto.
Ad esempio, affermare “io sono una persona equilibrata” deve essere inteso come, su base inconscia, “io credo di essere in balia della mia irrazionalità”.
Affermare “ho paura del buio” è un indice di come in chi lo pronuncia sia sedimentato un blocco emotivo legato al buio, che è temuto dalla parte logica, ma gradito e ricercato da quella inconscia, che si “nutre” di questa paura.
Dire “non voglio essere tradito” è un campanello di allarme per comprendere che all’esperienza emotiva del tradimento l’inconscio di questo soggetto si è legato, pertanto cercherà di riviverla (coazione a ripetere!) coinvolgendosi con partners infedeli, che faranno patire questo disagio alla nostra parte logica ma coinvolgeranno il nostro inconscio che si alimenta di tale emozione.
Quindi, nel momento in cui c’è l’esigenza di fare un’affermazione spontanea, senza che ne sia stata fatta esplicita richiesta, questa deve essere intesa come una vera e propria “bugia” razionale involontaria per mascherare un’istanza dell’inconscio che va nella direzione diametralmente opposta. È una sorta di “resistenza” della logica contro le spinte inconsce: trovarsi dinnanzi a qualcuno che sente l’esigenza di dire “io sono onesto”, ci deve far comprendere che l’inconscio di quel soggetto lo spingerebbe istintivamente alla disonestà.

Vale, ovviamente, anche il reciproco, cioè L’INCONSCIO VUOLE CIÒ CHE LA RAGIONE NEGA.
Si teme e si nega ciò che è desiderato dal nostro inconscio, ma giudicato negativamente dalla nostra parte razionale. Ad esempio, chi si dichiara geloso manifesta, al contrario, un desiderio inconscio alla competizione verso individui del proprio sesso. Di fronte a una simile affermazione, cogliendone l’esigenza profonda, per coinvolgere tale soggetto occorre proprio giocare a farlo ingelosire, perché così si stimolano le sue istanze inconsce, gli si fornisce lo stimolo desiderato.

È importante saper creare TENSIONE EMOTIVA, perché l’APPAGAMENTO CREA DISINNAMORAMENTO, mentre il tendere le corde emotive crea COINVOLGIMENTO.

CIÒ CHE È OBIETTIVO PER LA PARTE LOGICA È STRUMENTO PER L’INCONSCIO

L’aspetto importante da rilevare è che inconscio e razionalità sono OPPOSTI tra loro. Utilizzando una metafora, se per la nostra parte logica l’obiettivo è raggiungere un luogo, per la mente inconscia l’obiettivo non è la mèta, ma il percorso che si fa per raggiungerla.

Gli obiettivi che ci diamo quando “ragioniamo” valgono spesso solo per il nostro io razionale; al contrario, il nostro inconscio è interessato solo al “modo” in cui perseguiamo l’obiettivo, cioè al parco emozionale che attraversiamo durante l’iter che facciamo per raggiungerlo. Quanto più è difficile raggiungere la mèta, quanto più lontano è l’appagamento, tanto più gode e si coinvolge l’inconscio.

L’esatto contrario avviene per il nostro io razionale, che ha come obiettivo principale l’appagamento di un bisogno/obiettivo/desiderio. Esiste, quindi, un’inversa reciprocità tra ciò che dà piacere all’inconscio e ciò che dà benessere alla nostra parte logica.

Facciamo un altro esempio per capire il concetto: in ambito di relazioni, se ci attrae una persona, la logica si appaga della presenza di quella persona, l’inconscio, invece, si nutre del desiderio che ci fa provare quel soggetto. Come specificheremo in seguito, questi esempi sono veri solo in una parte di casi, infatti, esistono due modalità di coinvolgimento emotivo: coinvolgimento attraverso il desiderio, coinvolgimento attraverso il possesso.
Per le persone che si coinvolgono emotivamente col possesso, sarà vero l’esatto contrario: il loro inconscio si sentirà nutrito nelle relazioni/situazioni in cui il partner si concede o l’obiettivo si rende subito accessibile e non si fa desiderare.

Qualsiasi cosa ci intrighi, ci appassioni deve rispondere a due condizioni essenziali:

  1. coinvolgere la nostra parte logica
  2. coinvolgere il nostro inconscio

Noi ora sappiamo che queste nostre due “anime” si combinano in modi opposti:

  • se per la logica l’obiettivo è AVERE, per l’inconscio l’obiettivo è DESIDERARE
  • se per la logica l’obiettivo è DESIDERARE, per l’inconscio l’obiettivo è AVERE

Non c’è un atteggiamento migliore rispetto all’altro: chi ha una struttura emotiva che si coinvolge col possesso si trova spesso a lottare contro la noia perché non desidera abbastanza; se l’inconscio si coinvolge con il desiderio, l’individuo vive nella “speranza di possesso” in una tensione che può divenire a volte dolorosa.

In questi soggetti l’esigenza logica li spinge al possesso, mentre quella inconscia li fa coinvolgere col desiderio: sono persone che scelgono spesso nella vita obiettivi difficili da raggiungere, che però, una volta centrati, perdono d’interesse. Si apre così la via a un’infinita insoddisfazione.
Al contrario, gli individui del primo tipo, in cui l’esigenza logica li spinge a desiderare, mentre quella inconscia ama possedere, saranno soggetti iperattivi e tendenzialmente inquieti e superficiali, indaffarati nella ricerca sempre di nuove mète, perché non riusciranno a chetarsi nel coinvolgimento legato al possedere ciò che già hanno conseguito (la mente li sprona continuamente al desiderio ergo a cercare nuove mète su cui appagare l’inconscio).

Da quanto descritto deriverebbe un quadro catastrofista, in cui nessuno riesce a trovare equilibrio e benessere: esistono persone armoniche, quindi felici, in cui istanze logiche e inconsce coincidono?

La felicità è data dal “dinamismo” che si crea tra questi elementi opposti e la felicità non è una condizione statica e inequivocabile, ma è la tensione perennemente in divenire a trovare un equilibrio tra i due poli DESIDERIO e POSSESSO.

Ad esempio, una coppia felice e duratura sa calibrare continuamente al suo interno questo delicato “equilibrio-squilibrio”; qualora venga meno questo dinamismo, si può cadere o nel decoinvolgimento emotivo (come vedremo, per eccesso di appagamento) o nella sofferenza emotiva (per eccesso di tensione); in ogni caso, l’equilibrio si squassa e la coppia si rompe.

Se una relazione “scoppia” è perché una delle due componenti, desiderio o possesso, ha prevalso creando stasi e disarmonia.

Questi (sia nell’equilibrio dinamico, sia nella sua rottura) sono i risultati della “DISTONIA” TRA ISTANZE LOGICHE E INCONSCE: IL COINVOLGIMENTO SCATURISCE DA QUESTA DINAMICA IN AZIONE.
Per usare ancora una metafora, desiderio e possesso sono come le due gambe di un individuo, per camminare devono alternarsi nel movimento e cooperare: se si muovono insieme o si bloccano insieme si cade o non ci si muove più.

Perché le cose vadano bene in un’interazione occorre anche che si combinino tra loro personalità complementari. Le coppie più durature e stabili sono quelle in cui l’incastro tra le personalità crea complementarietà e, appunto, completezza.

L’importante, dopo tutta questa discussione, è far sedimentare il concetto che MENTE LOGICA E MENTE EMOTIVA HANNO FINALITÀ TRA LORO OPPOSTE E COMPLEMENTARI, IN CUI ESISTE PERÒ SEMPRE UNO STATO DI SUBORDINAZIONE DELLE SCELTE RAZIONALI (i nostri apparenti “obiettivi logici”) AI DESIDERI INCONSCI.
Sono questi ultimi che “indirizzano” le scelte della mente logica affinché essa risponda all’esigenza del nostro io bambino di riprovare proprio quelle emozioni su cui si è formato. In tal senso è perfettamente chiaro perché quelli che a noi paiono i nostri “obiettivi razionali” sono, in realtà, solo “strumenti usati dall’inconscio” per rincontrare le emozioni a cui si è legato.

CHI CHIEDE È PERDENTE, CHI SA OFFRIRE EMOZIONI È VINCENTE

E’ vincente chi sa creare tensione emotiva che coinvolga l’inconscio altrui. Al contrario, chi chiede si mostra come bisognoso, ergo si svela come persona ricattabile che cede il proprio potere personale all’interlocutore. Si crea una condizione di sudditanza e dipendenza. Perché funzioni questo modello (“chiedere” è già indice di una personalità labile e dipendente) è necessario l’incastro con una figura psicologicamente complementare e non meno patologica (sindrome del salvatore).

Avere “bisogno” di qualcuno o qualcosa, o “creare un bisogno” nell’altro, apre le porte alla dipendenza, alla manipolazione e al ricatto. Pare una situazione nell’ambito della patologia, ma sul principio di “creare bisogni” nel pubblico si basano tutta l’economia consumistica e i meccanismi della pubblicità e del merchandising.

Il meccanismo seduttivo dell’advertising consiste proprio, scelto un dato target di clientela, nel cercare di evocare “emozioni adeguate” in modo da indurre il “bisogno” di un certo prodotto.

Chi sa offrire emozioni si rende “indispensabile” all’altro. L’esigenza diviene tale nel momento in cui si “affascina” in modo analogico l’inconscio dell’interlocutore, occorre, cioè, entrare nelle esigenze inconsce del soggetto e creargli quelle tensioni emotive su cui si è modellata la sua psiche.

Anche la capacità di terminare dipendenze e cattive abitudini è fortemente legata all’inconscio: perché scatti il meccanismo del successo di ogni trattamento occorre che ci sia, in primo luogo, un’esigenza profonda, dell’inconscio, a consentire o richiedere tale cambiamento.

Il nostro inconscio è ferocemente legato ai suoi condizionamenti emotivi e molla un’emozione solo se ce n’è subito un’altra in cambio. Offrire emozioni, ovviamente individuando quelle giuste per ogni soggetto, alimenta le esigenze profonde altrui ergo coinvolge e fa appassionare a noi, che veniamo riconosciuti come “oggetti del desiderio”. Questo è il meccanismo della seduzione che avvince le persone. Si possono imparare i meccanismi seduttivi, scoprendone il funzionamento sotterraneo, e coinvolgere emotivamente chi ci piace, facendolo innamorare di noi.

Perché il nostro bisogno diventi il bisogno del nostro interlocutore è necessario coinvolgere e sedurre il suo inconscio, facendo sempre attenzione al fatto che ognuno ha i suoi specifici “tensori emotivi”, ossia le emozioni sono diverse per natura e intensità da soggetto a soggetto.

Questo è, in negativo, anche il meccanismo che ci impedisce di decoinvolgerci emotivamente da qualcuno o qualcosa che la nostra parte razionale giudica male e dannoso.

Durante il corso impareremo a decodificare le esigenze inconsce nostre e dei nostri interlocutori. Scoprire i BISOGNI EMOTIVI e ALIMENTARLI o APPAGARLI crea il sottile equilibrio del coinvolgimento emotivo e razionale (equilibrio tra desiderio e possesso).

CHI DICE NON FA, CHI FA NON DICE

Affermare, volere solo con la parte logica, non porta all’azione vera e propria.
È sempre il nostro inconscio che muove le nostre azioni e per farlo non ha bisogno di fare dichiarazioni, agisce e basta!

 

LA SOFFERENZA È L’IMMAGINE IDEALE DEL PIACERE

Riprenderemo in seguito il discorso sull’immagine reale e su quella ideale. Per ora si può ragionare col buon senso dicendo che PIACERE E SOFFERENZA SONO INSCINDIBILI, devono esistere entrambi e per stare bene devono essere equilibrati.

La sofferenza è immagine ideale del piacere perché quando si prova il secondo, si spera anche che duri: nel momento in cui cessa il piacere subentra già una forma di sofferenza. Viceversa, quando si vivono situazioni di sofferenza, si spera nel piacere (qui immagine ideale della sofferenza, che è invece l’immagine reale), che farà cessare il dolore.

Piacere e sofferenza non possono essere concetti astratti, teorici: ognuno di noi li ha vissuti, li vive e li vivrà in termini concreti, personali e materiali (solo i santi, i guru e persone di elevata spiritualità riescono a patire o gioire per il bene o il male universali!!!). Piacere e sofferenza hanno un substrato comune: sono stati emotivi.
Altro elemento comune è che, per poterli provare, è necessario relazionarsi all’esterno con qualcuno o qualcosa; non è possibile, almeno in condizioni fisiologiche, provarli se si vive senza alcun coinvolgimento esterno (in casi di malattia come la depressione, invece, la sofferenza nasce proprio dall’isolamento causato dall’impossibilità a farsi coinvolgere da alcunché che scuota dal proprio stato anedonico).
Quindi, altro elemento in comune tra piacere e sofferenza è che per provarli occorre il coinvolgimento. Ad es., per innamorarsi occorre un oggetto da amare. Se manca questo oggetto si entra uno stato di inquietudine, in una sofferenza, perché amare è un’esigenza profonda della natura umana. È la nostra peculiare struttura psichica che richiede il coinvolgimento emotivo.

Schematicamente, la nostra dinamica mentale ci porta necessariamente a cercare un coinvolgimento per qualcuno o qualcosa; nel momento in cui troviamo il nostro “oggetto del desiderio”, entriamo nel piacere. Quando s’instaura questo primo scambio col piacere, si apre però immediatamente anche il fronte della sofferenza, poiché essa nasce laddove il desiderio non sia appagato come e quanto vorremmo noi, per variabili che dipendono dall’altro o comunque dall’esterno.

Se manca il coinvolgimento si è inquieti e si soffre; per raggiungere il piacere si deve essere coinvolti verso qualcuno o qualcosa, ma, nel momento in cui questo viene a mancare, ci fa ripiombare nella sofferenza: in questo movimento circolare tra bisogno, appagamento e tensione emotiva si spiega perché piacere e sofferenza sono l’uno l’immagine ideale dell’altra.

NELLA VITA NON OTTENIAMO CIÒ CHE PENSIAMO DI MERITARE, MA RACCOGLIAMO I FRUTTI DEL NOSTRO COMUNICARE

Per “comunicare” si intende, in primis, “comunicazione analogica”, cioè capacità di mettersi in relazione con l’inconscio proprio e altrui. Spesso ci imprigioniamo nel pensiero che le cose ci debbano arrivare perché ci siamo impegnati e abbiamo sofferto per conseguirle. QUESTO NON È ASSOLUTAMENTE VERO.
I nostri successi non sono frutto di meriti o di dinamiche legate alla razionalità; la nostra vita è guidata dalle nostre istanze inconsce, che sono le vere artefici dei nostri successi e dei nostri fallimenti.
Per ottenere dalla vita ciò che veramente crediamo di meritare bisogna, innanzitutto, entrare in comunicazione con le nostre stesse motivazioni profonde e imparare a cambiare le zone erronee (ndr. attivare un processo di “ricondizionamento emotivo”) per evitare di “farsi lo sgambetto” da soli!
Solo per la visione cristiana la sofferenza e la passività sono passepartout per il Paradiso e per il premio finale.
L’attesa passiva è in realtà sterile, occorre essere sempre SOGGETTI ATTIVI E COMUNICATORI, solo così si semina e si raccoglie.

Noi siamo abituati a comunicare con le parole ma ora ci rendiamo conto che anche il nostro e l’altrui inconscio comunicano continuamente attraverso altri tipi di linguaggio: poiché non siamo nell’Eden e la frutta non cresce spontaneamente sugli alberi, per saziare i nostri bisogni è necessario essere sempre in azione e IMPARARE A COMUNICARE EMOZIONI.
Imparare a gestire questa parte del linguaggio e saper entrare nelle nostre e nelle altrui istanze emotive ci trasforma in protagonisti e non spettatori delle nostre vite e dei nostri successi. Occorre sempre scegliere e farci scegliere! Qui scopriremo quali emozioni desiderano vivere i nostri interlocutori, quindi, imparando a fornirgliele, li coinvolgeremo facendoci riconoscere come “positivi” e stimolanti dal loro inconscio.

La noia nasce dal non coinvolgimento emotivo, pertanto ciò che (o chi) ci annoia è perché non ha prodotto in noi coinvolgimento; paradossalmente, è meglio essere disturbati da qualcuno o qualcosa, poiché anche questo è uno stimolo per l’inconscio, piuttosto che annoiare.

I nostri gusti, le nostre inclinazioni, sia nel senso della piacevolezza, sia nel senso del disturbo, sono dettati dall’inconscio.

Viene raccontato il caso paradigmatico di una paziente in età matura che, dopo una vita ligia e metodica, svolta nel benessere, secondo il senso corrente, sia dal punto di vista affettivo, sia economico, una volta rimasta vedova, si era impegnata in una nuova relazione. Questa si era svolta in un clima di progressiva sofferenza, con maltrattamenti fisici ed emotivi da parte del nuovo partner. La donna, tuttavia, pur rendendosi conto razionalmente dell’assurdità della situazione in cui si era infilata, non riusciva a staccarsi emotivamente dal suo carnefice (il giudizio è della parte logica, ma l’imperativo e la scelta sono di competenza esclusivamente emotiva!).

Si può spiegare un fatto come questo chiamando in causa, appunto, l’imprinting emotivo della donna. Questa persona aveva vissuto tutta la sua precedente vita all’insegna di scelte razionali, che le avevano fatto costruire una routine positiva e tranquilla, ma per troppo tempo aveva “denutrito” il suo inconscio, impedendosi di vivere e rielaborare un’emotività adeguata. In un momento inatteso e a un’età che avrebbe dovuto metterla al riparo dalle tempeste passionali, ecco che il suo io bambino le aveva presentato il conto, inducendola sulla strada delle sue emozioni. Solo in seguito a opportuna terapia e a una presa di coscienza a più ampio raggio sul significato delle sue scelte, razionali e non, la donna ha potuto elaborare un modello di sé integrato e più felice rispetto al passato, vissuto sia col marito, sia col successivo compagno, che è riuscita a lasciare grazie all’abbandono di quel modello emotivo.

Questo è un caso emblematico che ben rappresenta come il nostro inconscio sia “imprevedibile” e incomprensibile, se valutato con parametri di logica, e ci possa far legare a situazioni anche di insostenibile sofferenza.

 

Il nostro inconscio parla attraverso il nostro corpo (gestualità, posture, tono della voce, etc.) e il nostro comportamento. La nostra struttura psichica è lo specchio della nostro vissuto emotivo ed esperienziale infantile e adolescenziale.

Entrando nella comunicazione analogica, impareremo cosa trasmettere agli altri e a cambiare il nostro modo di comunicare, rendendolo più incisivo ed efficace.

 

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