Le cause della depressione

La depressione è veramente insuperabile?

L’autobus era ripartito. Carlo se n’era accorto quando ormai le porte erano chiuse. Aveva nuovamente perso il mezzo e sarebbe arrivato tardi in ufficio. Si era assentato correndo dietro a un pensiero, fermo in mezzo alla gente in attesa, lo sguardo rivolto a un punto indefinito oltre la strada senza osservare nulla. Gli capitava spesso.

Nella sottile pioggia, sotto l’ombrello aperto e ormai solo alla fermata in attesa del prossimo autobus, ritornò al pensiero che l’aveva distratto: la sua vita.

Non c’era nulla che non andasse, un lavoro fisso e dignitoso che gli consentiva di vivere bene e mantenere la famiglia. Qualche amico, la casa in campagna, la passione per i suoi figli e una moglie che lo attendeva la sera quando finiva il lavoro. D’accordo una vita semplice con ritmi regolari ma normale. Aveva tutti gli elementi per potersi ritenere fortunato.

Eppure non sentiva gioia.

La moglie ogni tanto si lamentava per quei suoi momenti di assenza. Erano i pensieri che lo assorbivano. Non sempre, quando invitavano degli amici a cena faceva la sua parte e in quei momenti era allegro, sapeva stare in compagnia, a volte. In tante occasioni non ci riusciva. Sentiva un senso di oppressione, non aveva voglia di essere attivo e semplici impegni lo infastidivano e preferiva rimandarli.

Non sempre riusciva a vedere l’importanza di uscire la sera e sentiva che la moglie disapprovava, anche se in silenzio. Da alcuni anni le occasioni di vita sociale si erano rarefatte. Rimanevano le cose, quelle cose che rendevano la sua vita sopportabile. Solo sopportabile.
Le cose a cui si aggrappava per condurre una vita normale ma sapeva, dentro di se, che provava una fatica enorme nel vivere insieme agli altri. Il suo carattere stava peggiorando e si assentava sempre di più. Rimandava i progetti, era stanco e cercava, appena possibile, di recuperare stando solo.

Perché sua moglie non capiva? Lo accusava, a volte, di essere depresso. Lo infastidiva sentirsi chiamare così ma sapeva, in fondo, che aveva ragione. In alcuni momenti si rendeva conto che doveva essere pesante sopportarlo quando gli accadeva di perdere interesse per le iniziative che proponeva la moglie ma non poteva farci niente.

Viveva periodi in cui sorridere era una fatica superiore alle sue forze e seppur percependo di non essere un compagno di vita stimolante, non riusciva a comportarsi altrimenti. Non ne aveva le forze.

Ripensò a suo padre. I pensieri lo portavano spesso a quand’era bambino.
Suo padre.
Lo infastidiva ritornare con la mente all’immagine di suo padre. Si rivedeva bambino, intento a giocare con le costruzioni, i pezzi sparsi nel salotto e suo padre che rientrava dal lavoro. Un evento felice per un bimbo ma il padre non riusciva a rispondere agli inviti che gli proponeva.

Il tetto di quella casa di costruzioni non stava mai a posto, nemmeno il padre riusciva a montarlo bene e ne rimaneva deluso. Al cantiere, suo padre costruiva splendidi palazzi. Glieli aveva fatti vedere orgoglioso ma non riusciva ad aiutarlo a costruire il suo tetto di costruzioni.

In ufficio, Carlo progettava moderne abitazioni, gli veniva spesso in mente che la sua passione infantile per le costruzioni l’aveva aiutato a immaginare le soluzioni più innovative, e funzionavano.

Non sempre però riceveva le lodi che gli spettavano, non era capace di mettersi in evidenza. Il suo carattere chiuso non lo consentiva ma andava bene così, il lavoro che svolgeva era quello che aveva sempre desiderato fare, progettare le case più belle. E tetti ancora più belli, come quelli che costruiva da bambino.

Quei tetti che suo padre non era capace di montare con le costruzioni.
Suo padre…

L’autobus chiuse nuovamente le porte. Forse quel giorno non sarebbe andato al lavoro, non avrebbero capito che il ritardo era causato dai suoi pensieri troppo profondi per essere rimandati. Erano più importanti della fine del progetto a cui stava lavorando. Sarebbe tornato a casa, sulla sua poltrona. Non era dell’umore giusto per creare.

Prese invece l’autobus successivo, doveva andare al lavoro per continuare a mantenere la famiglia e le “cose” di cui si era circondato…

Carlo vive un’evidente stato di depressione. Forse il peggior disturbo che possa affliggere un individuo, in grado di rovinare le relazioni sociali e affettive in modo subdolo. Spesso non riconoscibile e quasi sempre non riconosciuta da coloro che ci vivono vicino.

Le cause della depressione sono da ricercare in un fenomeno di oppressione a cui non riusciamo a reagire in modo adeguato. Carlo denuncia infatti sì un difetto comportamentale nel padre, la persona significativa dello stesso sesso, all’interno della sua famiglia di origine. La paura di somigliare al padre, però, produce solo un’insicurezza profonda e l’incapacità a reagire contro situazioni o persone importanti a noi vicine che assumono il ruolo di veri “carnefici“, coloro che inconsapevolmente alimentano la depressione.

La depressione ha una funzione anestetizzante, rivolta a mitigare la rabbia verso se stessi creata da situazioni opprimenti e apparentemente senza via di uscita.

L’individuo più è depresso e meno avverte rabbia verso se stesso. In questo senso, la depressione è una condizione di “piacevole” limbo, un’isola interna di salvezza.

Quando si riduce la depressione, scattano episodi di autolesionismo, anche rilevabili in comportamenti che portano alla chiusura verso iniziative, lavoro e affetti. Da qui la pericolosità del disturbo che fa alternare l’individuo tra momenti di depressione, insopportabili ai famigliari perché senza giustificazione evidente, e momenti di rabbia espressi in forma di comportamento autolesionistico, altrettanto deleteri nelle relazioni.

La soluzione del disturbo non risiede nei farmaci, che ne possono solo curare gli effetti ma nella ricerca delle cause storiche che hanno formato questo perverso meccanismo.

Con la Psicologia Analogica riusciamo a instaurare un dialogo con l’inconscio e, anche adottando tecniche di autoipnosi o di ipnosi regressiva, si possono individuare le cause più nascoste che la nostra parte razionale rifiuta creando il conflitto con la parte emotiva: l’inconscio. Il conseguente stato depressivo è la soluzione di difesa dalla sofferenza provocata dalla rabbia verso se stessi.

Rivivere per risolvere le cause storiche offre l’opportunità di ridurre il problema, è l’unica strada ma bisogna dialogare con il nostro inconscio per allearci con lui. In questo indispensabile percorso la parte razionale non ha un ruolo, non essendo possibile il dialogo diretto tra le due istanze, logica ed emotiva.

Se il problema è nella nostra parte emotiva, è là che andrà ricercato e risolto.

Non possiamo con la logica risolvere problemi inconsci imponendoci o imponendo ad altri un comportamento relazionale più adeguato, pena la poco auspicabile amplificazione del problema stesso.

Ora che la Psicologia Analogica ha messo a punto nuove ed efficaci tecniche di dialogo diretto con l’inconscio, la depressione può essere vinta per migliorare finalmente la vita dell’individuo.

 

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